Il buon vecchio e la bella fanciulla e altri racconti

il buon vecchio

Autore: Italo Svevo
Editore: Dall'Oglio (Milano)
Anno di pubblicazione: 1926-1929
Ristampa: prima edizione del 1980

Ci sono solo buoni motivi per leggere Svevo ma quello più importante, per quanto mi riguarda (e quindi “oggettivamente”) è la piacevolezza della lettura. Potrà sembrare assurdo o quantomeno lo sembrerà a chiunque si sia addormentato a liceo durante le lezioni in cui si parlava di “senilità” e “psicoanalisi”, due elementi sfruttati non come vettori per giungere ad un concetto, ma come nozioni da stampare nel lobo frontale per poi ripeterle meccanicamente in una disinteressata interrogazione. Grazie scuola pubblica per aver reso il nostro il paese quello in cui solo il 40% degli italiani ha letto almeno un libro l’anno. In Spagna è il 60%, in Spagna, perdio!

Perché insomma vale la pena di leggersi Svevo e non un pornazzo? Prima di tutto perché viviamo nell’epoca del 4k, con fedeltà audiofile orgasmiche, per cui leggersi un porno è diventato naif. Ma sopratutto perché Svevo scrive da dio, e considerando che la lettura media in Italia è Dan Brown o Harry Potter, ogni tanto leggersi qualcosa di figo davvero non può far male, anzi, magari aiuta a scoprire che oltre alla Rowling ci sono state scrittrici pazzesche come Ursula Le Guin e Marion Zimmer Bradley (succede di scovare cose belle quando ti abitui alla bellezza, stranamente però è vero anche l’inverso). La riprova di quanto detto la potete trovare in questa brevissima raccolta di racconti: Il buon vecchio e la bella fanciulla e altri racconti. (Lo so, sto scrivendo un po’ impostato ma sono fuori forma e ho mangiato dei pancakes piuttosto pesanti stamani. Non lo dico per giustificarmi, volevo solo rendervi partecipi del mio malessere. Vi voglio bene.)

Scritti tra il 1926 e il 1929, ovvero quando ancora Svevo non aveva raggiunto la notorietà ma già se l’intendeva con ragazzacci tipo James Joyce, questi cinque racconti sondano, ognuno con e le sua prospettive e peculiarità, il territorio tra ego/desiderio e insicurezza/realtà. I personaggi aspirano ad una superiorità morale dettata da un innatismo irrazionale, quando però devono scontrarsi con la realtà non sanno mai trarne le somme, la morale della favola sfugge loro continuamente mentre si affanno a costruirla. Se ci pensate bene è una cosa di una potenza letteraria che spacca i culi.

Legante di tutte queste vicende è la dimensione del sogno e della speranza, dove il lavoro dell’inconscio svela indirettamente le paure dei personaggi. Parte da questa particolare dimensione Svevo per analizzare l’animo umano e su come i moti inconsci non siano, banalmente, un modo per rivelare chi siamo senza riconoscerlo direttamente, ma bensì il luogo dove avviene il delitto. I personaggi si sentono delle vittime quando invece sono i carnefici di loro stessi. Svevo denuda tutte le categorie, svela il meccanismo perverso dietro la necessità di una figura materna, svela la contraddizione marcescente della morale dei vecchi, demolisce il padre borghese con poche ma spietate parole e infine, giusto per non lasciare nulla, se la prende anche con se stesso in Una burla riuscita.

Ora vorrei brevemente prendere in esame proprio quest’ultimo racconto che ho citato, però tranquilli che non andrò nel dettaglio (non voglio certo spoilerarvi un racconto del 1929!). Mario Samigli, oltre ad essere il nome del protagonista, è stato anche lo pseudonimo utilizzato da Svevo per le sue prime pubblicazioni (chiave di lettura alert). Samigli è un idiota, uno che ha la pretesa d’essere un gran intellettuale e scrittore quando invece è un mediocre che, per sognarsi al di sopra dei suoi pari, scrive romanzi e racconti che nessuno vuole leggere. Le immagini che compongono il racconto dello scrittore trevigiano sono evocative e al tempo stesso dannatamente dirette. Come la malattia del fratello Giulio, parzialmente lenita dalle letture serali di Mario (la letteratura come «clistere»), panacee che gli rincuorano lo spirito e gli permettono di dormire serenamente, assorbite però con totale disattenzione per il contenuto, utili pragmaticamente solo per il loro fluire costante e benevolo, incapaci di irritarne lo spirito. Questa è infatti la scrittura di Mario, almeno finché non comincia a cimentarsi i racconti sugli uccelli, scaturiti dalle sue paure recondite che aggirando il suo io razionale si fanno morale sotto forma di brevi componimenti – morale che comunque continua a sfuggirgli. Sebbene segnato dall’indifferenza del mondo dal suo talento (che ribadiamo non esistere se non nella sua testa bacata), Mario se ne compiace e lo vive come un’attesa per una sicura riconoscenza futura, questa sua leggerezza d’animo però attira l’invidia di un corriere, Gaia, il quale escogiterà una burla proprio per fra cadere le certezze di Mario. In un breve e abbastanza scontato gioco d’intrecci Svevo nasconde senza eludere al lettore una riflessione spiazzante e cinica sulla scrittura e il valore della letteratura. Sarebbe bello far leggere questo racconto nelle scuole, senza farlo odiare magari.

Mi ta che ‘sto post è venuto un po’ rigido e impostato, sarà perché sto perdendo la mano con tutte le robe che ho da fare, pensare, scrivere e sopratutto per il porno. Troppo porno. Detto questo: ‘fanculo a tutti, vado a leggermi Il Monaco di Lewis in treno mentre vado a lavoro, condizione assolutamente perfetta per entrare in un romanzo gotico.

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